Forse la migliore definizione moderna del termine epidemiologia (epidamos + logos) è stata fornita nel 1998 da Last e collaboratori: lo studio della distribuzione e dei determinanti delle situazioni o degli eventi collegati alla salute in una specifica popolazione, e l'applicazione di questo studio al controllo dei problemi di salute.

Dunque l'epidemiologia altro non è che una disciplina biomedica che studia distribuzione e frequenza delle malattie nella popolazione cercando di identificare cause, fattori predisponenti, e percorsi di prevenzione.

Negli anni dalle semplici osservazioni, usando strumenti matematici come la statistica, collabora con altre discipline come la demografia, la sociologia, la psicologia per analizzare cause, decorso e conseguenze delle malattie. Le prime forme di epidemiologia come scienza biomedica risalgono ai tempi dell’800: in quegli anni un medico inglese evidenziò come molti bambini inglesi del ceto povero erano sottoposti ad un maggiore rischio di tumori ai testicoli. Intuì che questa maggiore frequenza riguardava quei bambini che per sopravvivere contribuivano al sostentamento familiare facendo gli spazza camini. I pantaloni impregnati della fuliggine dei comignoli e canne fumarie aumentava il rischio di tumore: era il primo caso scoperto probabilmente di esposizione professionale a rischio! Molta acqua è passata sotto i ponti, oggi l’epidemiologia è una scienza biomedica affermata, che usa come detto strumenti particolari come la matematica e la statistica. Elementi molto analizzati per capire una malattia sono l’incidenza e la prevalenza.  

Si definisce incidenza come la misurazione della proporzione di nuovi eventi che si verificano in una popolazione in un determinato periodo di tempo, dunque la comparsa di nuovi casi di malattia, rappresentando la proporzione di individui che vengono colpiti dalla malattia in un determinato periodo di tempo. Quindi l’incidenza è un modo per misurare la velocità di transizione dallo stato di salute (assenza di malattia) allo stato di malattia in una popolazione, una misura dinamica esprimente, in percentuale, la probabilità che si manifesti una certa malattia in un campione di persone a rischio. Il tasso di incidenza si calcola con un rapporto: in numeratore gli individui che sviluppano la malattia, in denominatore le persone per unità di tempo. 

La prevalenza invece misura la proporzione di "eventi" presenti in una popolazione in un dato momento, ad esempio: infezione, presenza di anticorpi, stato di gravidanza morti… E’ dunque una misura di frequenza, una formula ad uso epidemiologico mutuata dalla statistica che si stabilisce con un fra il numero di eventi sanitari rilevati in una popolazione in un definito momento (o in un breve arco temporale) e il numero totale degli individui della popolazione osservati nello stesso periodo. Bisogna poi distinguere prevalenza puntuale (point prevalence, in cui l'osservazione del numero di individui malati e che possono sviluppare la malattia è riferita ad un definito momento) e prevalenza periodale (period prevalence, in cui l’osservazione si si riferisce ad un breve arco temporale); la necessità di distinguere le due è legata alle diverse necessità di indagine epidemiologica. 

Il tasso di mortalità è invece il rapporto tra il numero delle morti in una comunità o in un popolo durante un periodo di tempo e la quantità della popolazione media dello stesso periodo. Il tasso di natalità è il rapporto tra il numero delle nascite in un popolo in un determinato periodo di tempo e la quantità della popolazione media dello stesso periodo. Si esprime come numero di nascite per mille abitanti.

Il tasso di mortalità misura la frequenza delle morti di una popolazione in un arco di tempo e normalmente viene riferito a un anno di calendario. Questo dato viene usato per verificare lo stato negativo di sviluppo di una popolazione. 

Fatte queste premesse è interessante vedere i primi dati epidemiologici sul coronavirus. Uno studio pubblicato sul Lancet “Decorso clinico e fattori di rischio per la mortalità dei pazienti adulti con COVID-19 a Wuhan, Cina: uno studio di coorte retrospettivo” di Zhou e collaboratori, ha analizzato tutti i pazienti ricoverati adulti (di età ≥18 anni) con COVID-19 confermato in laboratorio dal Jinyintan Hospital e dal Wuhan Pulmonary Hospital (Wuhan, Cina) dimessi o morti entro il 31 gennaio 2020. I dati demografici, clinici, di trattamento e di laboratorio, inclusi campioni seriali per il rilevamento dell'RNA virale, sono stati estratti da cartelle cliniche elettroniche e confrontati tra sopravvissuti e non sopravvissuti. Gli studiosi hanno cercato di esplorare i fattori di rischio associati alla morte in ospedale identificando come i principali siano: età avanzata, elevato punteggio SOFA (Sequential Organ Failure Assessment: valutazione del fallimento degli organi sequenziali) e d-dimero maggiore di 1 μg / L. Questi elementi possono aiutare i medici a identificare i pazienti con prognosi sfavorevole in una fase precoce. Lo spargimento virale prolungato fornisce la logica per una strategia di isolamento dei pazienti infetti e interventi antivirali ottimali in futuro. Una analisi interessante è fornita da Mizumoto e Choweel, in “Stima del rischio di morte dal romanzo di coronavirus del 2019, Cina, gennaio-febbraio 2020”, Emerg Infect Dis. 2020 Mar 13;26(6).

Le loro stime del rischio di morte a Wuhan hanno raggiunto valori fino al 12% nell'epicentro dell'epidemia e all'1% in altre aree più colpite. La cosa molto interessante che deve fare riflettere l’Italia è che le elevate stime del rischio di morte sono probabilmente associate a un guasto del sistema sanitario cinese in loco, il che indica che dovrebbero essere implementati interventi di sanità pubblica migliorati, inclusi il distanziamento sociale e le restrizioni di movimento, per tenere sotto controllo l'epidemia di COVID-19.

Ma il dato che maggiormente pone qualche esigenza di analisi è quella relativa a quanto pubblicato su Am J Chin Med. 2020 Mar 13:1-26 da Chan e collaboratori: “COVID-19: un aggiornamento sulle evidenze epidemiologiche, cliniche, preventive e terapeutiche e linee guida della medicina integrativa cinese-occidentale per la gestione della nuova malattia coronavirus del 2019”. Gli autori evidenziano che al 22 febbraio 2020, oltre 77662 casi di COVID-19 confermati sono stati documentati a livello globale, con oltre 2360 decessi. Presentazioni comuni di casi confermati includono febbre, affaticamento, tosse secca, congestione delle vie aeree superiori, produzione di espettorato, respiro corto, mialgia ed artralgia con linfopenia, tempo di protrombina prolungato, elevata proteina C-reattiva ed elevato lattato deidrogenasi.

Il rapporto di caso grave / critico riportato è di circa il 7-10% e il tempo mediano per l'ammissione in terapia intensiva è di 9-11 giorni con una mortalità di circa 1-2% variata geograficamente. La infezione è considerata simile alle epidemie di altri virus recentemente identificati, non esiste un regime provato dalla medicina convenzionale e la maggior parte dei rapporti ha gestito i pazienti con lopinavir / ritonavir, ribavirina, beta-interferone, glucocorticoide e trattamento di supporto con remdesivir sottoposti a sperimentazione clinica. L’autore propone poi che i dati disponibili suggeriscono che la medicina cinese potrebbe essere considerata un'opzione terapeutica aggiuntiva nella gestione di COVID-19. 

Questi dati spero siano illuminanti per inquadrare il problema che non è solo medico ma sociale, culturale e politica.